lunedì 28 marzo 2011

L'importante è che non ci sia il sole



Le mie dita scivolano, per comunicare. Una lingua alternativa, il più delle volte difficile.
In fondo, probabilmente non mi interessa nemmeno. O forse il solo fatto che stia scrivendo, dimostra la falsità di un disinteresse simulato.
Un tasto dopo l’altro, i martelletti metallici colpiscono l’inchiostro, e le parole emergono definite e certe sul foglio di carta. Qualcosa di prevedibile in quel battere, nessuna sopresa. Solitamente, utilizzo una penna stilografica e dell’inchiostro verde, su una carta che spesso assorbe troppo le lettere, trasformando i pensieri in sbavature fumose ed amare.
Ma questo è un caso particolare. Se lasciassi scorrere l’inchiostro con fare emotivo, incontrollato, rischiereste di non capire le mie parole, di interpretarle nel modo sbagliato.
Così invece, il dubbio della sfumatura non c’è. Tutto è chiaro. Ne sono sicuro.

Un refolo di vento sposta lievemente le tende gialle dell’appartamento, affittato per queste poche settimane. Porta il suono dei gabbiani che urlano al cielo la loro forza, deridendolo.
Guardo il foglio, per lo più bianco. Devo concentrarmi, voglio completare una cosa concreta, reale, non posso distogliermi, mancare dettagli.
Mi alzo, per un breve attimo, giusto il tempo di accostare la finestra, e rinchiudere il mondo al proprio posto. La vista delle case colorate e della tavola azzurra del mare è incantevole, incorniciata da bouganville in fiore. Tu stai ancora dormendo, finalmente sereno, sulle lenzuola, anch’esse azzurre. Vorrei sdraiarmi ancora un momento accanto a te. L’uno di fronte all’altro. Vicini, tanto da sentire il tuo respiro sulla pelle. Il mio viso vicino al tuo, ed osservarti riemergere dal sonno, per cogliere nel verde intenso dei tuoi occhi l’ultimo riflesso del sogno che stavi vivendo. Per vedere il tuo sorriso, non appena mi avessi messo a fuoco.
Tiro le tende, quanto basta perchè il sole non ti colpisca direttamente, non voglio che ti svegli. Guardo ancora un istante fuori. La luce del sole mi ha sempre reso paranoico. Non sono mai riuscito ad abituarmi a tutta quella bianca luminosità.

Torno al tavolo di legno ruvido e scurito dal tempo.
Mi soffermo prima di ricominciare a scrivere. La pila di fogli, già pieni, mi osserva disordinata e spiegazzata. Probabilmente si chiede se questa volta sarà in grado di soddisfarmi, o se, come al solito, finirà nel cestino a bruciare, alimentata dall’odio nei confronti dell’ingrato creatore.
Mi siedo nuovamente. Sorridendo al pensiero di un romanzo pensante, alla ricerca di approvazione.

Ricomincio a scrivere le mie parole su carta, a descrivere una realtà in bianco e nero. A simulare fotografie di un altro tempo, dal gusto antico.

2 mi hanno scritto:

Patty ha detto...

sembrava di stare nella stanza che hai descritto quando ho letto i tuoi pensieri...mi sembrava anche di venir colpita dal sole acciecante e dalla leggera brezza.
Molto poetico.

Patty ha detto...

accecante volevo scrivere! pardon per l'errore!