venerdì 4 marzo 2011

Ametista


Di sottofondo a quella visione, rombi di tuoni facevano da contrappunto a distanza alla forza con cui i ricordi di Enrico affluivano alla sua mente, ondate che si infrangevano sugli scogli dei suoi pensieri.
Rivedeva Maria.
Ricordava, i momenti prima della guerra.
Quando correva e ancora giocava con i suoi amici per le strade.
Allora, non gli importava nulla della vita, dei fiori, dell'amore.
Finchè una sera d'estate, nel tornare nel cortile di casa propria, non passò di fronte ad un palazzo bianco, che sprigionava profumi carichi di un colore sconosciuto.
Ma non erano certo i grappoli inebrianti ad aver colpito la sua attenzione.
Dietro alla coltre effimera, un volto delicato e lucido di sudore, si mostrava leggermente illuminato da fioche lampadine gialle.
I suoi movimenti erano come rallentati, o forse, il desiderio che lo fossero, gli faceva sembrare che la ragazza fluttuasse nell'aria, in una danza vagamente ipnotica.
Enrico si avvicinò al palazzo, il naso puntato in aria, quasi fosse in contemplazione dello zodiaco.
Voleva sentirla, voleva ascoltarla.
Avrebbe voluto sentire il suo profumo, ma tutto era pervaso dagli stupendi ma avidi glicini.
Sentiva mormorare, parlare ma non distingueva le parole.
In un'esplosione di risa improvvise, la riconobbe subito, era stata la prima a iniziare a ridere e l'ultima a smettere.
Di certo era la sua voce, forte e decisa, di una tonalità calda e dolce.
Per giorni, settimane anzi, Enrico si trovava a passare per quella strada. Non si capacitava come i propri piedi lo portassero inevitabilmente da lì, con tutte le vie alternative che poteva percorrere. Ma non l'aveva più rivista.
Maria. Aveva scoperto il suo nome, di lì a poco. Doveva ringraziare sua madre, per un caso davvero fortuito. L'aveva sentita spettegolare con la signora Vanni, la loro vicina di casa, e magicamente, avevano nominato proprio la Casa dei Glicini, in via Moretti. Solo allora Enrico aveva posto davvero attenzione alle parole delle due donne, mentre dal cortile sistemava la propria bicicletta.
Sorrideva Enrico, nel sentire parlare di quella famiglia, e sentire pronunciare, senza nessun pettegolezzo, il nome dell'unica figlia.

Allora, la funesta chiamata che lo attendeva, era ancora un mistero non svelato.
Maria era diventata la sua ragione di vita.

Riemerse dai suoi ricordi, che gli dicevano di tornare, per conoscere lei, finalmente.
I rombi sempre più vicini, invece, gli urlavano "Devi morire! Qui! Ora!", insistenti, martellanti.
Non voleva ascoltarli.

Si augurava che Maria lo stesse aspettando, il suo sconosciuto che doveva tornare dalla guerra.

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